Va disatteso secondo la Corte di Cassazione il risalente orientamento giurisprudenziale, in materia di modello ornamentale, per il quale, qualora il “preteso marchio” sia un mero motivo ornamentale, esso non è registrabile in quanto risulta prevalente la funzione estetica, e confermato il diverso orientamento in base al quale la disciplina in materia di falso è applicabile anche ai modelli ornamentali, disciplinati dall’art. 2593 cod. civ., che caratterizzano i capi di abbigliamento.

In tal senso si è pronunciata la quinta sezione penale della Suprema Corte nella sentenza n. 26880, depositata il 30 maggio 2017, in ordine ad una fattispecie di contraffazione dei marchi e dei segni distintivi di sciarpe importate in Italia nei colli destinati all’imputato, contraddistinte da elementi riferibili alle note case di moda “Louis Vuitton”, “Burberry” ed “Alexander McQueen”.

Il ricorso proposto dall’imputato contro la sentenza d’appello, che confermava la sua condanna per i reati di cui agli artt. 474 e 517 cod. pen., viene rigettato dalla Cassazione ritenendo i motivi d’impugnazione infondati.

In particolare, l’imputato, con riferimento alla ritenuta contraffazione dei marchi riferibili alle predette case di moda, svolge le seguenti contestazioni:

  • il preteso marchio “Burberry Check”, come affermato dalla Cassazione civile nella sentenza n. 5243 del 29 maggio 1999, è un mero motivo ornamentale, per cui, non potendosi considerare valida la sua registrazione come marchio, la relativa contraffazione non è ipotizzabile;
  • la pretesa contraffazione del marchio “Toli Monogram”, appartenente alla società Louis Vuitton, è in realtà insussistente, in quanto, come affermato dagli stessi consulenti della società francese, i segni riportati sulle sciarpe in sequestro recano evidenti differenze rispetto a quello che risulta essere il segno registrato;
  • quanto al preteso marchio “Alexander McQueen”, del pari non può parlarsi di contraffazione, poiché si tratta del semplice disegno di un teschio, privo di novità, originalità e di qualsivoglia capacità distintiva, in quanto tale inidoneo ad essere registrato quale marchio, senza tacere che, da un lato, non vi è alcuna prova che tale disegno sia un marchio di fatto o sia mai stato utilizzato come tale, dall’altro, non è stata mai dimostrata con precisione l’effettiva titolarità ovvero la data di realizzazione e di utilizzazione dell’opera e/o del segno, per poterne stabilire la priorità d’uso, fermo restando che una figura o un disegno, anche se forma oggetto di un diritto d’autore, non può per ciò solo diventare un segno distintivo tutelato dagli artt. 473 e 474 cod. pen..

Nel rilevare l’infondatezza delle predette censure, la Suprema Corte sottolinea la differenza tra le due fattispecie di reato di cui all’art. 474 e all’art. 517 cod. pen.:

  • quella ex art. 474 cod. pen. (introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi), che ha per oggetto la tutela della fede pubblica, punisce la riproduzione integrale, emblematica e letterale del segno distintivo o del marchio (contraffazione) ovvero la riproduzione parziale di essi, realizzata in modo tale da potersi confondere col marchio o col segno distintivo protetto (alterazione);
  • quella ex art. 517 cod. pen. (vendita di prodotti industriali con segni mendaci) ha come oggetto la tutela dell’ordine economico, per cui è sufficiente, invece, che i nomi, marchi o segni distintivi, apposti sui prodotti posti in vendita, risultino semplicemente ingannevoli, per avere anche pochi tratti di somiglianza con quelli originali, della cui morfologia siano, comunque, solo imitativi e non compiutamente riproduttivi (Cass., sez. V, 19 giugno 2007, n. 31482; Cass., sez. V, 7 aprile 1995, n. 5427). Affinché sia configurabile il reato di cui all’art. 517 cod. pen. è pertanto sufficiente la mera imitazione o la semplice somiglianza del marchio o del segno distintivo del prodotto industriale, tale da creare confusione nel consumatore mediamente diligente, traendolo in inganno sull’origine, qualità o provenienza del prodotto da un determinato produttore, non essendo necessaria né la registrazione o il riconoscimento del marchio, né la sua effettiva contraffazione né, infine, la concreta induzione in errore dell’acquirente sul bene acquistato (Cass., sez. V, 4 febbraio 2013, n. 9389; Cass., sez. III, 8 luglio 2013, n. 28905).

Un volta ricordati i predetti principi giurisprudenziali, la Corte di Cassazione ritiene evidente la necessità di confermare le decisione dei giudici di merito, rilevando quanto segue:

Con riferimento alle sciarpe riconducibili alla “Burberry”, la dimostrata registrazione del marchio in sede comunitaria, pacificamente avvenuta, rende priva di fondamento ogni questione sulla rilevanza penale della contraffazione, del pari esaurientemente dimostrata sulla base delle dichiarazioni del teste Cacciatore e del contenuto dell’accertamento tecnico …, da quest’ultimo effettuato sui prodotti in sequestro in qualità di esperto del settore … . Sul punto le doglianze difensive non colgono nel segno, in quanto, con riferimento al reato di cui all’art. 474 cod. pen., appare del tutto apodittica e tipicamente fattuale l’affermazione secondo cui, trattandosi, il “preteso marchio”, di un mero motivo ornamentale, esso non sarebbe registrabile, svolgendo una prevalente funzione estetica, come affermato dalla prima sezione civile della Corte di Cassazione (cfr. Cass., 29 maggio 1999), in relazione ad una fattispecie concreta, molto risalente nel tempo, di cui, tuttavia, risulta indimostrata la coincidenza con il marchio della “Burberry” registrato in sede comunitaria. D’altro canto, ad ulteriore conferma dell’infondatezza della tesi difensiva, va rilevato che, come affermato da un condivisibile orientamento della giurisprudenza di legittimità, la disciplina in materia di falso è applicabile anche ai modelli ornamentali, disciplinati dall’art. 2593, cod, civ., che caratterizzano i capi di abbigliamento (cfr. Cass., sez. V, 22 giugno 1999, n. 8758; Cass. sez. V, 5 febbraio 2016, n. 16709), mentre, come si è già detto, la registrazione del segno distintivo, categoria in cui rientrano i motivi ornamentali, non costituisce condizione essenziale per la punibilità della condotta di cui all’art. 517 cod. pen.. Generici e tendenti ad un’inammissibile reinterpretazione degli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione (cfr. ex plurimis, Cass., sez. VI, 22 gennaio 2014, n. 10289), risultano i motivi di ricorso relativi ai capi di abbigliamento riferibili alla “Louis Vuitton”. La dimostrata registrazione in sede comunitaria del marchio figurativo complesso, la cui creazione risale al 1896, e dei singoli elementi floreali che lo costituiscono, in uno con le affermazioni contenute nell’elaborato degli esperti della casa di moda …, in ordine alla evidente somiglianza tra il marchio originale e quello falsificato (riprodotto “in modo quasi identico “e “con marginalissime differenze”), consentono di condividere la decisione dei giudici di merito sull’intervenuta contraffazione del marchio, idonea a trarre in inganno il consumatore di media diligenza …. In relazione alle sciarpe riferibili alla casa di moda “Alexander McQueen”, va preliminarmente rilevato che i giudici di merito hanno circoscritto la responsabilità dell’imputato al solo delitto di cui all’art. 517 cod. pen. …, rispetto al quale risulta del tutto irrilevante, come si è detto, il tema della registrazione del marchio. Anche in questo caso la motivazione della corte territoriale appare ineccepibile, avendo il giudice di appello evidenziato, da un lato, come, sulla base del contenuto dell’elaborato tecnico redatto dagli esperti del settore …, il disegno del teschio, riportato sulle sciarpe, costituisce un segno distintivo dei prodotti di abbigliamento della menzionata casa di moda; da un lato, come la forte somiglianza tra il disegno apposto sulle sciarpe in questione e quello che caratterizza i prodotti della “Alexander McQueen”, sia tale da trarre in inganno l’acquirente di media diligenza … .