La Corte di Cassazione ha confermato l’assoluzione sancita sia nel primo che nel secondo grado di giudizio nei confronti di un farmacista che, a seguito di un controllo della Guardia di Finanza, risultava aver diffuso brani musicali nella propria farmacia senza assolvere agli oneri relativi ai diritti connessi di spettanza della SCF. s.r.l.. La motivazione dell’assoluzione espressa sia dal Tribunale che dalla Corte d’appello si fondava sull’assenza dell’elemento psicologico dell’elusione nel pagamento dei diritti d’autore.

Cosi, con la sentenza n. 53316, depositata il 28 novembre 2018, la terza sezione penale della Cassazione ha rigettato perché infondato il ricorso presentato dal Procuratore generale  nei confronti del farmacista in relazione al contratto sottoscritto con il music provider Digiwork s.r.l., società che si era dichiarata licenziataria SIAE e SCF e alla quale l’imputato si era rivolto per la fornitura del servizio che ha dato luogo alla contestazione perché, essendo laureato in farmacia, non possedeva una conoscenza della materia tecnica del diritto d’autore.

Si ricorda che la SCF (Consorzio Consortile Fonografici) concede licenza per l’utilizzazione di fonogrammi e videoclip all’interno di esercizi commerciali, a fronte del versamento di un compenso da parte degli utilizzatori, assicurando con la propria opera d’intermediazione la remunerazione degli investimenti sostenuti dai produttori discografici per consentire la fruizione di prodotti musicali: i diritti spettanti a produttori ed artisti, cosiddetti diritti connessi, sono autonomi rispetto a quelli degli autori di composizioni musicali e sono oggetto di una specifica tutela penale la cui gestione non è riservata in esclusiva alla SIAE, a differenza dei diritti d’autore, essendo lasciata ai produttori discografici la piena libertà di scegliere se affidarne la gestione ad SCF.

La Guardia di Finanza, in occasione del controllo effettuato, aveva verificato che nei locali della farmacia era installata e funzionante un’emittente radiofonica digitale, commercializzata da “Rafflesia group”, fornitore della piattaforma musicale, attraverso i cui canali erano diffusi i contenuti musicali riconducibili al provider Digiwork s.r.l., fornitore di fonogrammi.

La farmacia aveva assolto ai diritti d’autore presso la SIAE, ma non aveva chiesto preventivamente alla SCF il rilascio della licenza per il diritto d’esecuzione in pubblico della musica. All’atto della redazione del verbale di notifica della violazione, il farmacista aveva dichiarato di essere convinto che la società che forniva il servizio avesse provveduto all’adempimento delle imposte previste, perché così assicuratogli dal promotore. Avendo successivamente regolarizzato la sua posizione, veniva assolto dal reato ascrittogli in primo ed in secondo grado.

Il Procuratore generale nel ricorso presentato deduce la violazione dell’art. 606, comma 1, lett. b), cod. proc. pen., in relazione all’art. 171, L. n. 633/1941, sostenendo l’irrilevanza dell’invocato errore del farmacista, che era caduto su un elemento sostanzialmente estraneo alla fattispecie incriminatrice e comunque non giustificabile per gli obblighi d’informazione sulle disposizioni relative ad un determinato settore di attività economiche gravanti su un soggetto che le esercitava in maniera professionale. Secondo il Procuratore non era nemmeno giustificabile ritenere incolpevole la commissione del reato da parte del farmacista valorizzando “l’oggettiva complessità della materia, di nicchia e non nota a chiunque”, perché, in questo modo, si sarebbe finito con il legittimare ampie sacche d’impunità in tutti quei settori di attività regolati da norme penali che presentavano caratteri di peculiare complessità o più marcato tecnicismo.

La Suprema Corte nel rigettare il ricorso richiama la precedenza giurisprudenza secondo cui integra il delitto di cui all’art. 171, lett. a), della legge 22 aprile 1941, n. 633, la condotta dell’emittente radiofonica che, pur avendo assolto gli obblighi di legge nei confronti degli autori e dei titolari dei diritti connessi, diffonda e riproduca brani musicali in violazione delle disposizioni contrattuali pattuite con la SCF, omettendo di munirsi dei supporti originali da cui estrarre la cosiddetta copia tecnica.

Osserva poi la Corte quanto segue:

Il tema d’indagine non è la sussistenza dell’elemento materiale del reato, bensì dell’elemento psicologico. Il Tribunale ha osservato che dal contratto era chiaro che il farmacista non potesse essersi reso conto dell’inadempimento degli oneri a suo carico, “trattandosi peraltro di questioni tecniche e fiscali complesse e particolari; il reato contestato (trattandosi di delitto doloso) richiedeva pertanto una consapevolezza e volontà di elusione da parte dell’imputato che non è stata in alcun modo dimostrata in sede di indagine”. La Corte territoriale ha osservato che “… la confusione derivante da un simile modello di contratto (di cui peraltro non vi è prova di sottoscrizione da parte dell’imputato) induce a ritenere dubbia la consapevolezza e volontà in capo al farmacista di eludere così facendo gli oneri SCF, come lo stesso ebbe a dichiarare, credibilmente, nell’immediatezza alla Guardia di Finanza e riportato nel verbale di notifica 22/4/2013 in atti …”, aggiungendo che la laurea in farmacia non rilevava, all’evidenza, al fine di ritenerlo un soggetto particolarmente qualificato ed al corrente del diritto d’autore e della proprietà intellettuale, tanto che si era affidato ad un music provider.

Orbene, a fronte di tali motivazioni il ricorrente non ha indicato elementi specifici da cui dedurre il dolo, ma si è limitato a disquisire sull’inescusabilità dell’errore; inoltre non ha contestato la parte della motivazione della Corte territoriale in cui era stato accertato che la società proponente il servizio, la Digiwork, aveva affermato di aver assolto ad ogni obbligo di legge legato alla propria attività, il che ragionevolmente aveva indotto il farmacista, che per giunta aveva dichiarato di aver assolto agli oneri nei confronti della SIAE, nel falso convincimento della regolarità della procedura seguita.

Nella fattispecie, la Corte territoriale ha precisato che non era dato capire, dai documenti prodotti in giudizio, quale fosse il contratto completo sottoscritto dal farmacista con la Digiwork da cui evincere con certezza gli oneri da adempiere e la relativa spettanza. Ed invero dal modello del 30.9.2008 non era chiaro chi fosse il committente, tanto più che la Digiwork s’era dichiarata licenziataria sia della SIAE sia di SCF, impegnandosi ad assolvere gli obblighi di legge con conseguente manleva.

Inoltre, essendo l’imputato un farmacista non poteva pretendersi una conoscenza qualificata di una materia così tecnica tanto che si era rivolto ad un’apposita società esercente l’attività di music provider.